CARMINA MACARONICA SELECTA

"Quid contentandum nisi contentamus amigos? / Hoc mihi servitium facias, tu deinde comanda, / nam, giandussa mihi veniat in culmine nasi, / ni pro te posthac Paradisos mille refudem", Baldus, V, 9, 295-298

sábado, 1 de junio de 2013

VIDA Y OBRA DE TEÓFILO FOLENGO: Hacia un perfil folenguiano


El esbozo de una semblanza vital de Folengo es inseparable de una exposición mínima de las diversas interpretaciones que ha producido la crítica en su análisis de los datos biográficos y la obra literaria del monje benedictino. Francesco de Sanctis rehabilitó en 1870 la figura literaria de Folengo, asignándole el lugar eminente que sin duda merece dentro de la historia de la literatura italiana1. A él se le debe también el primero de los retratos modernos de Folengo: Aceptando sin más como auténticos los datos biográficos ofrecidos en el prefacio2 de la cuarta redacción de las macarroneas folenguianas, que presentan al poeta como un aventurero alocado y errante que cede al eremitismo al final de sus días, De Sanctis hace de Folengo el estereotipo romántico del poeta maldito, cuya comicidad realista actúa como principio demoledor del mundo medieval3.

En 1948 aparece la obra capital de la biografía folenguiana, Tra don Teofilo Folengo e Merlin Cocaio, escrita por Giuseppe Billanovich. Una metódica investigación en archivos de Brescia le permitió a éste, por un lado, desmontar lo que llamó la "leyenda autobiográfica" folenguiana, construida por el autor en las últimas redacciones de sus macarroneas para eludir la reprobación de sus superiores religiosos, y, por otro lado, reconstruir la biografía más bien anodina de un monje básicamente fiel a la ortodoxia benedictina. Poco después, Cesare Federico Goffis, incidiendo en aspectos religiosos e intelectuales, descubrirá en el poeta macarrónico rasgos de heterodoxia basándose en el análisis de la obra de su hermano Giambattista y de alusiones contenidas en la obra del propio Teófilo, que, en opinión de Goffis, se convirtió en el primer luterano de Italia4. Emilio Menegazzo señaló posteriormente las conexiones de Folengo con el reformador valdesiano Benedetto de Mantua5. La incompatibilidad entre la interpretación ortodoxa y heterodoxa ha venido últimamente a ser matizada por Mario Chiesa6, quien sitúa a Folengo en el ambiente del evangelismo italiano, en el que podía profesar tesis de los reformadores sin por eso sentirse enrolado con Lutero contra la Iglesia de Roma, de acuerdo con la confusión religiosa que caracterizaba a la Italia pretridentina.






Imagen: retrato de Teófilo Folengo en una edición del opus macaronicorum de 1768 propiedad de R.Signorini reproducido a su vez en Quaderni Folenghiani I, p. 106.


1  El mérito principal del gran crítico italiano fue su revaloración histórica de Folengo, relegado durante casi tres siglos, al dedicarle un capítulo completo entre los sendos consagrados a otras figuras del quinientos como Ariosto y Maquiavelo. Los aciertos y errores de su interpretación del autor macarrónico fueron determinantes en el desarrollo de la crítica folenguista posterior (cf. A. MOMIGLIANO, o.c. pp. 219-223; R. SCRIVANO, “La proposta folenghiana di De Sanctis”, Atti Convegno 1977, pp. 401-410). Existe una reedición moderna de esta obra publicada por Einaudi, Torino 1958. Folengo es la contraparte bufonesca de Ariosto, el único al que cede en importancia en su tiempo, como afirma Giuseppe Billanovich, Tra don Teofilo Folengo e Merlin Cocai, Pironti, Napoli, 1948.
2 Reproducimos a continuación la parte de la carta de "Vigaso Cocaio alli lettori" en la que se ofrecen noticias biográficas bajo este pseudónimo: "Girolamo Folengo mantoano, et a me discepolo nella professione grammaticale, fu da suo padre mandato a Bologna, ma volse ch'io parimente andassi con esso lui, solamente per guardarlo, che non perdesse il tempo et i danari. Ma sendo egli già cresciuto e fatto tale, che più no mi avesse a temere, come vivace molto, e faceto, e compagnone, si diede in preda alla sviata giovanezza, e posponendo li termini logicai, tutto si congiunse alle muse latine, volgari e macaronesche. Io assai feci per ognimodo riducerlo alla voluntà del padre, ma sempre indarno m'affaticai. Compose egli dunque sotto il nome d'uno furfante detto Limerno in ottava rima la fanciullezza di Orlando paladino, opera ingeniosa et assai mordace. Poi sotto nome di Merlino Cocaio diede principio a i grandi fatti di Baldo in verso eroico e macaronesco, e fecene un volume di venticinque libri. Quattro libri poscia della Moschea, pur sotto il medesimo nome, gli uscirono dalle mani in verso pentametro e macaronico. Successe a lei la Zanitonella con altre cosette facete. Al fine come bizaro e fantastico che era, mandò fuora sotto nome di Triperuno il Chaos in stile ora latino, ora volgare, ora de macaroni. Fatto tutto questo, per un gran disordine e pericolo della vita fummo costretti tornarsi alla patria con la zucca piena più di lasagne che di filosofia. Laonde ebbe egli dal padre tal rimbrotto e reprensione, che in guisa di disperato andò errando per lo mondo, fatto in prima cortegiano, poi soldato, poi romito; al fine con un suo fratello più di lui dotto, si chiuse in una solitudine a darsi totalmente a i sacri libri, ove sotto nome di Teofilo Folengo compose in ottava rima La Humanità di Cristo figliuol di Dio, ove nel principio si dole assai aver perduto gli anni sotto il titolo di Merlino [...] Ancora in un volumetto di Epigramme ha inserto questo assai elegante, e fuora de macaroni: "Quae quondam, fateor, docili mihi floruit aetas / magnificum poterat laudis adire iubar. / At mens decipitur iuvenum, quae lubrica saepe / unde decus poscit, dedecus inde refert. / Cum mihi praeteriti subeunt insomnia Baldi, / tam pudet, ut pudeat non puduisse satis. / Infelix tamen ipse minus fortasse viderer, / lusissem varios si sine dente modos". [...] Or dunque perseverando col frate suo in così buono e securo stato, alfine d'una febre malegna infermato, rese l'anima al suo fattore, la qual cosa udendo io, subito fui col fratello a ritrovar le molte carte da lui scritte. Trovammo, che per cagione di ricantare avea rifatta la Macaronea, come si può leggere tutta tramutata, e di gran lunga più dotta, faceta e onesta della prima [...] Trovammo oltre a questo un Poema vario latinamente scritto, avendo egli omai li macaroni a stomaco, e nausa. Il quale pensamo di far imprimere dapoi questo, acciò si vegga espressamente quanta sia la differenzia tra il nome di Merlino, e quello di Teofilo [...]" (cf. ed. de Luca Curti en "Vigaso Cocaio", Rivista di letteratura italiana, IX, 1991, pp. 121-122). En este artículo Curti demuestra que esta carta no es atribuible a Folengo; es, por ende, la segunda ocasión en las obras folenguianas, tras el Dialogus Philomusi -de la mano del propio autor- del fascículo 2M D de la red. T (cf. Nora Calzolaio, "Il 'Dialogus Philomusi'´: edizione, attribuzione, commento", Quaderni Folenghiani, 3, p.93) en la que aparece el nombre laico del autor, Girolamo.
3 El realismo que De Sanctis sitúa como rasgo esencial del arte folenguiana incitó en la crítica la concepción de un Folengo defensor del mundo popular y su cultura dialectal, y alentó la tesis del macarroneo como contestación a la tradición latina y toscana. Sobre la objeción a este concepto cf. Ricardo Scrivano, "La proposta folenghiana di De Sanctis", Atti Convegno 1991, pp. 407-408: "Restano gli elementi, cui s'è accennato variamente, relativi al realismo folenghiano, che è in linea di principio un particolareggimento ("ricchezza di particolari") che incanta De S. per l'evidenza del referente ("Al poeta non sfugge nulla, i cibi, il modo di apparecchiarli, il desco, l'affaccendarsi di Berta..." [...]) e di conseguenza per l'efficacia del significante ([...] "Lo stile di Merlino [è] un realismo animato da una immaginazione impressionabile e da un umorismo inestinguibile"). [...] A livello cosciente si iscrive perfettamente nell'orizonte ben fissato nella mente di De S. che ciò che è importante è dare l'immagine della cosa, riprodurre il "vivente" direbbe piú tardi sottraendosi, como anche qui, all'ambiguità sollecitante di qualche rapido passaggio. [...] È legittimo allora dubitare che sia formula applicabile ad un poeta in cui la verosimiglianza, la convenienza, l'ordine erano primari oggetti polemici del suo operare letterario e della sua presenza intelettuale, como apertamente dichiara negli ultimi due versi del Baldus: "he heu, quid volui, misero mihi, perditus Austrum / floribus et liquidis immisi fontibus apros" (XXV, 657-58). Sicché anche la nozione di realismo, che può essere stata più suggestiva e più utile in una certa fase o per certi episodi della moderna critica folenghiana, assume alla fine una precisa funzione passiva di contenimento dell'eversività e di riduzione alla ragione dell'esperienza anomala (ma non tanto, occorre dire, alla luce delle recenti ricerche sul complesso della cultura cinquentesca) di Teofilo Folengo". La consideración sentimental de la obra folenguiana ha producido posteriormente retratos tan contrapuestos como el que hace de Folengo un carácter bonachón íntimamente afecto al mundo popular que describe, frente al que hace de nuestro autor un personaje atrabiliario y misántropo recluido en las tinieblas del claustro, "un Savonarola vestido de payaso", en expresiva imagen de F. Salsano (La poesia di Teofilo Folengo. Saggio sopra i luoghi comuni della critica folenghiana, Napoli 1953, p. 126 cit. por F. Márquez Villanueva, o.c., p. 348). La visión romántica desanctiniana, fruto de la cultura del Risorgimento, tiene un interesante epígono en Raffaele Ramat (cf. "Il "Baldus" poema dell'anarchia" en Sette contributi agli studi di storia della Letteratura italiana, Palumbo, Palermo 1958, luego en Saggi sul Rinascimento, La Nuova Italia, Firenze 1969, pp. 189-198 cit. por F. Márquez Villanueva, o.c., pp. 347, 354 y C. F. Goffis, "La contestazione...", pp. 86-87), para quien el Baldus supone una burla de los grandes mitos humanos del Renacimiento, fruto de una visión del mundo como caos y tumulto, "risa poética de un ácrata sobre la anarquía del mundo".
4 El veterano folenguista, que dedicó a Folengo su tesis de doctorado en 1935, defiende la heterodoxia religiosa de Teófilo y de su hermano carnal y en religión, Giambattista, a través del análisis de la obra de ambos en estudios como La poesia del Baldus, Genova 1950, L’eterodossia dei fratelli Folengo, Genova, s. a. pero 1950, respuesta a G. Billanovich en su biografía Tra don Teofilo Folengo e Merlin Cocaio, Napoli 1948, donde señalaba la sustancial adscripción de Folengo a la ortodoxia de la orden benedictina, y en los últimos años: “La contestazione religiosa e linguistica nei testi folenghiani”, Atti Convegno 1977, pp. 84-129; “Il macaronico folenghiano fra arte e contestazione”, Maia, XLIV, 1992, pp. 131-145; “Il dantismo eterodosso del “Baldus”, AA.VV., Miscellanea di studi danteschi in memoria di Silvio Pasquazi, 2 voll., Federico & Ardia, Napoli 1993, vol. I, pp. 407-422. Para Goffis la solución del problema religioso, aportando plena luz sobre sus motivos y pasiones, contribuye propiamente a la definición de la poética y de la poesía folenguiana. La parodia es, por tanto, una justificación insuficiente, y puede decirse que latín y dialecto son puestos en conflicto por motivos ideológicos. Folengo, que es un heterodoxo que pasa del erasmismo al luteranismo precozmente, eleva a dignidad literaria una lengua hablada en cierto modo, pues se remonta ésta al filón del hibridismo lingüístico espontáneo, tal como puede verse recogido en innumerables documentos del tardomedievo (crónicas, estatutos, los inventarios eclesiásticos que reproducen el lenguaje de las sacristías y de los monasterios). Goffis quiere mostrar la realidad de la base macarrónica en el lenguaje del vulgo ignorante vivida en los lugares de cultura. La obra de Folengo expresa: “una visión de la cultura como renuncia a lo abstracto, al platonismo y al aristotelismo, a la teología; reducción al pragmatismo de la vida evangélica, esto es, del vivir y actuar con fe sin intelectualismos, que se concretan en la constitución y acción de la Iglesia condenada” (cf. “Il macaronico...”, p. 144). El poeta no recurre al latín y al dialecto con fines paródicos o expresivos, sino para expresar su propia tensión innovadora y restauradora al tiempo: “[...] Folengo siente en el latín el rigor de la espiritualidad sublime, en el lenguaje más rústico la depresión de la inteligencia, la vida reducida a los instintos y a la picaresca, a lo soez” (cf. “La contestazione...”, p. 122).
5 Cf. E. MENEGAZZO, "Contributo alla biografia di Teofilo Folengo (1512-1520)", Italia Medioevale e Umanistica, II, 1959, pp. 367-408 cit. por F. Márquez Villanueva, o.c., p. 345.
6 Cf. M. CHIESA, "1526: Il Folengo e le sue "scorte"", Teofilo Folengo tra la cella e la piazza, edizioni dell'orso, Alessandria 1988, pp. 52-112.

sábado, 2 de marzo de 2013

PARTICULARIDADES PROSÓDICO-MÉTRICAS




1. Las cláusulas métricas.

En cuanto a las cláusulas métricas, en particular la del hexámetro, la versificación folenguiana sigue generalmente la tradición clásica más común al cerrar el verso con un bisílabo o un trisílabo1.

Con todo, Paoli observó en los hexámetros folenguianos una frecuencia más bien alta de cláusulas monosilábicas (donde casi siempre el monosílabo final está precedido por otro monosílabo)2. Paoli reconoce en ello un influjo de los hábitos métricos de Marcial, mientras que Zaggia considera que puede tratarse de la extensión de un uso ya conocido, aunque esporádico, de la poesía de autores clásicos como Virgilio, Horacio y Ovidio3.

2. Versos truncos.

Los carmina truncata constituyen una extravagancia métrica exclusiva de la red. T. Zaggia aporta ejemplos de las Macarroneas menores, como Zan. T 106 (endecasílabo sáfico): Cur tuas capras retines chilò?, donde una glosa marginal advierte: carmen truncatum, quo etiam vulgaris poeta utitur, debemusque facere accentum super ultimam litteram: “en otros términos, la asunción directa de la voz oxítona chilò [‘aquí’], en otros lugares adaptada en la forma chiloium, determina una alteración exquisitamente macarrónica del texto, por la que el endecasílabo sáfico latino se encuentra asimilado a un endecasílabo trunco de tipo vulgar”4; Zan. T 672 (hexámetro): Pur ibi te fichet, lassa, codesella, che sì, donde la glosa también precisa: carmen truncatum: accentum fac super ‘sì’, etc.

También hemos localizado ejemplos en el Baldus T (IV 57: “Officium perago tabachini...”; V 157: “O magnam uirtutem hominum...”; V 399: “Voce tamen bassa...”; VI 370: “Mezzamorta cadit...”; XV 353: “Tu pensare potes...”; XVI 586: “Non erat?...”; XVI 613: “Rebus in adversis...”; XVII 286: “Tartarus agnovi...”, etc.), que pueden entenderse como una reminiscencia de los carmina truncata virgilianos, como parece quedar explicitado en un fragmento de las Laudes Merlini eiusdem magistri Acquarii Lodolae ad illustrem dominum Pasarinum scarduarum comitem de vita et moribus Merlini Cocaii et de inventione huius voluminis ubicadas al comienzo de la red. T: “[...]Tedet me hoc nobile volumen ab illo [Merlino] non fuisse recognitum, nam (teste Columella) terra quo magis laboratur magis ingrassatur. Id probatur, quia (sicut Vergilius) multa carmina reliquit imperfecta [...].”

3. La tmesis macarrónica.

Un uso anormal e intensamente expresivo de la tmesis caracteriza la versificación folenguiana, hasta el punto de constituir la particularidad métrica más comúnmente conocida del macarroneo folenguiano. Se encuentra presente también en la redd. C y V, incluso con un uso más amplio y más hábil, frente al caso de otros macarronismos métricos suprimidos en dichas redd.

Señala Paoli que la tmesis folenguiana consiste en la separación de los dos elementos de un compuesto insertando normalmente entre los dos lexemas el nexo copulativo –que (Baldus V IV 19: “Qui taiacantones dicuntur mangiaque ferri” [che si chiamano ‘tagliacantoni’ e ‘mangiaferro’]).

A veces es suficiente con que la palabra tenga una cierta extensión, cuatro o cinco sílabas al menos, para que el poeta se sienta con el derecho de cortarla (ib. II 315: “Atque pretianes, soldanos barbaque soros” [e i “Prete tanni” e i Soldani e i barbassori])5.

Zaggia analiza el uso de la tmesis en las macarroneas menores, donde predomina casi absolutamente el primer tipo enunciado por Paoli6.

La tmesis macarrónica remonta a conocidos ejemplos clásicos: “Naturalmente, este tipo de imitaciones no constituye de por sí un hecho macarrónico, aunque revela una cierta predilección por los aspectos más extravagantes (al menos desde nuestro punto de vista) de la poesía clásica; se entra empero decisivamente en el ámbito macarrónico cuando Folengo, partiendo de estos casos limitados, con evidente intención expresiva, el procedimiento más allá de los límites tradicionales, implicando también y sobre todo a los vocablos tomados del vulgar. Pero que el punto de partida ha sido el tipo clásico Septem ...triones es declarado por el propio autor en la glosa a Baldus T II 46, a propósito de Lanzaque lotti, es decir, Lanzalotti, genitivo de Lanzalottus = “Lancillotto”): ‘Lanzaque lotti’: divisio, sicut ‘Septemque triones’ (el ejemplo más cercano parece por tanto del de Ovidio, Met. I 64 [Proxima sunt Zephyro; Scythiam Septemque triones])”7.







1 Cf. Ed. Zaggia, p. 681. El resto de cláusulas presentes en los distintos tipos de versos de las macarroneas menores son analizados en las pp. 681-682.
2 Cf. U. E. PAOLI, o.c., pp. 192-194.
3 Cf. Ed. Zaggia, p. 681
4 Cf. ib., p. 683.
5 Cf. U. E. PAOLI, o.c., p. 74-75
6 Cf. Ed. Zaggia, pp. 684-685
7 Cf. Ed. Zaggia, p. 685. Otros particularidades prosódico-métricas menos caracterizantes y conflictivas respecto a la norma clásica son analizadas por Paoli y Zaggia, como la diéresis prosódica, el sigmatismo (éste sólo en Il Baldus... de Paoli (pp. 103-104), la enantiometría, la sinalefa, el hiato, el alargamiento en arsis, la abreviación de monosílabos delante de vocal, los versos hipermétricos y la rima.

sábado, 9 de febrero de 2013

TIPOS DE METROS MACARRÓNICOS




1. El hexámetro dactílico.

El hexámetro dactílico, el único metro empleado por los prefolenguianos, es usado por Folengo en el Baldus, en las dos églogas de la red. P, en cuatro de las siete églogas de la Zan. T, en la única y verdadera égloga de la Zan. C, y en tres églogas de la Zan. V.

Al emplear el hexámetro para la poesía épica y bucólica, Folengo no hace más que seguir la tradición instaurada por Virgilio para el ámbito latino1.

Paoli señala que Folengo sigue la norma del hexámetro (y del pentámetro) ovidiano, que se caracteriza por la presencia normal y obligatoria de algunas cesuras secundarias (la cesura trocaica en el tercer dáctilo en el caso del hexámetro)2.

Zaggia indica algunas escasas anomalías en las Macarroneas menores, como dos hexámetros carentes de un pie3, un único hexámetro espondaico4, y otro con troqueo en cuarta sede5.

2. El dístico elegíaco.

Folengo emplea el dístico elegíaco en muchas composiciones de la Zan. T, en toda la Mosch. (redd. T, C, V), en las tres Epist. y siete Epigr. de la red. T, y en muchos Epigr. de las redd. C y V.

Como dice Zaggia, “la adopción del dístico elegíaco en las composiciones amorosas de la Zan. sigue una tradición que remonta a los elegíacos latinos. Y en general era común el uso de los dísticos elegíacos en los poemas breves sobre los argumentos más variados. Por cuanto toca a la Mosch., el dístico elegíaco resulta preferido al hexámetro verosímilmente por ser considerado más adecuado a la épica ‘menor’”6.

Observa Paoli que la cesura trocaica en el último dáctilo, que hace que el segundo hemistiquio termine en bisílabo, se observa siempre en los pentámetros de la Zan. y de la Mosch.7

En relación con los dísticos elegíacos folenguianos, aparecen exclusivamente en la red. T dos formas métricas: la sonolegìa y la strambot(t)olegìa, que constituyen “dos creaciones exquisitamente macarrónicas, en cuanto producidas por la contaminación, realizada con fines expresivos, entre el sistema métrico latino y el vulgar”.8

Hay una clara definición de sonolegìa en una glosa de la Zan. T (v. 9): ‘sonolegia’ dicitur sonettus in versu elegiaco, qui constat ex quatuordecim metris veluti sonetti vulgares. Por otra parte, strambot(t)olegia designa una composición de cuatro dísticos elegíacos, o sea de ocho versos, y por tanto asimilable a la extensión de un estrambote vulgar, pero sin rastro de rima.

3. La estrofa sáfica menor.

En tales estrofas está escrito un epigrama correctamente latino de la red. C (Epigr. C XXIV). Sorprendente resulta por el contrario su aplicación a la égloga, pues el uso de la estrofa sáfica menor es ignoto a la bucólica latina clásica, medieval y humanística, donde es normativo el hexámetro. La hallamos en la primera, segunda y cuarta égloga de la red. T, que pasan a las sucesivas redd., aunque con cambio de título en las dos últimas9.

De acuerdo con Paoli, “el esquema del sáfico menor folenguiano es el mismo que Horacio ha vuelto tradicional en la métrica latina, con la constante sustitución del espondeo por el troqueo que precede al dáctilo [...]”10.

4. El falecio.

El falecio es usado solamente en algunos epigramas correctamente latinos de las red. C. Se trata de un metro muy común en el epigrama latino (los modelos más importantes son Catulo y Marcial).

Generalmente, el falecio usado por Folengo tiene base espondaica, pero admite en el primer pie el troqueo y también, excepcionalmente, el yambo: “Téngase presente que el uso del troqueo o del yambo en la primera sede del falecio constituye un rasgo específicamente catuliano (no admitido por Marcial) que la poesía humanística amó particularmente, mientras que en la edad propiamente mediolatina se empleaba solamente, según el ejemplo de Marcial, el espondeo [...]”11.









1 Cf. Ed. Zaggia, p. 673
2 Cf. U. E. PAOLI, o.c., pp. 191-192. Tal cesura hace que en los versos con cesura principal semiternaria o semiseptenaria la parte central termine con palabra bisílaba (cf. OV. Pont., II , 6, 27: “Quos prior est || mirata, | sequens || mirabitur aetas”; Baldus V I 7: “An poterit || passare | maris || mea gundola scoios?”).
3 Cf. Ed. Zaggia, pp. 673-674. Se hallan en Zan. T 569: “Sis mea eroque tuus, Zoanina, nec ignes” y Zan. T 1115: “fortunae?” “Mors sola, quod ergo quiesce”. Zaggia razona que no se puede afirmar con absoluta certeza la legitimidad textual o no de estos hexámetros de cinco pies.
4 Cf. Ed. Zaggia, pp. 674-675. El ejemplo se halla en Zan. V 934: “Quae mihi cervellum tot ghebbis imbratarunt”. Zaggia señala además otro ejemplo del Baldus T III 461: “Doctus ad impresam rapidarum bombardarum”, donde la glosa señala su valor estilístico: “hoc metrum currit ad guisam ducentis bombardarum”. Paoli (p. 194) señala otro ejemplo de Baldus V XIV 385: “Cui nisi donaret soror Aestas atque Autumnus”.
5 Cf. E.d. Zaggia, p. 675. El ejemplo se encuentra en Zan. T 1055: “In cuius chieregam giandussa nascere possit”, en el que una glosa marginal advierte; “trochaeus pro spondeo”. Hemos localizado otro ejemplo en Baldus T V 415: “Illis, absque alia confessione picandis”, cuya glosa marginal da una justificación de este uso: “Carpitur poeta quo aliquando utitur trocheis pedibus in carminibus dactilis medio, ut hic ‘confessione’, sic Vergilius et alij fecerunt, quanto magis macaronicus”.
6 Cf. Ed. Zaggia, p. 675
7 Cf. U. E. PAOLI, o.c., p. 192
8 Cf. Ed. Zaggia, p. 675
9 Cf. Ed. Zaggia, pp. 676-679, que señala diversas propuestas de explicación para este curioso fenómeno.
10 Cf. U. E. PAOLI, o.c., p. 195
11 Cf. Ed. Zaggia, p. 681.


Ilustración: grabado de la redacción Toscolanense.

sábado, 5 de enero de 2013

LA PROSODIA DE LAS PALABRAS MACARRÓNICAS




1. Regularidad prosódica general.

Como bien observa Zaggia, “en la versificación folenguiana la prosodia de los vocablos macarrónicos es sustancialmente idéntica, en sus normas generales, a la de los vocablos latinos; o por decirlo mejor, en la versificación folenguiana las normas prosódicas latinas son regularmente aplicadas también a los vocablos macarrónicos, y no sólo en la desinencia, o en el sufijo o prefijo [...], sino también en el tema. Se puede por tanto afirmar de un modo general que el macarrónico folenguiano, a pesar de ser lingüísticamente heterogéneo, se presenta bajo un aspecto prosódico unitario y regular”1.

Existen algunas libertades prosódicas en el tratamiento de los macarronismos o “licencias prosódicas macarrónicas”, que, lejos de ser arbitrios incontrolados, devienen en normas generales, “regularmente contempladas en el particular sistema prosódico-métrico de las Macarroneas folenguianas”2. Antes de proceder a analizarlas, Zaggia da cuenta en primer lugar de las normas prosódicas que las palabras macarrónicas comparten con las latinas.

2. La ‘ley de la penúltima’.

Esta ley prosódica latina, que regula la posición del acento y que hace recaer éste sobre la penúltima sílaba si ésta es larga y sobre la antepenúltima si la penúltima es breve, es aplicada en el macarroneo al revés, cuando el punto de partida lingüístico es el léxico vulgar: es la posición del acento de intensidad el que determina la ‘cantidad’ de la penúltima sílaba del macarronismo. Así, del vulgar (o dialectal) pòvero, càneva, chiàchiara se obtienen en el macarroneo povĕrus, canĕva, chiachiăra, y de appéna, contàdo, genìa, paròla provienen appēna, contādus, genīa, parōla.3

3. Particularidades prosódicas de las formas rizoátonas.

La norma prosódica expuesta en el parágrafo anterior, naturalmente vigente para las formas rizotónicas, es generalmente seguida también en las formas rizoátonas. De tal modo, dados los nom. povĕrus, artelarīa, fasōlus se tienen los gen. pl. povĕrorum, artelarīarum, fasōlorum. Zaggia enumera algunas excepciones, justificadas sobre todo por la búsqueda del ritmo dactílico (citadĭnorum, gen. pl. de citadīnus), y que afectan solamente a las sílabas protónicas, donde se admite gran libertad prosódica para los macarronismos4.

4. Particularidades prosódicas en los derivados.

En los derivados se encuentran también excepciones al tipo más común (attrapŏlare de trapŏla, ventrōnazzus de ventrōnus), justificadas por la búsqueda del ritmo dactílico (camĭsola de camīsa), y que responden a la licencia prosódica macarrónica enunciada en Normula, par. 95.

5. Sílaba anceps en protonía.

Según Normula, par. 3 puede medirse como larga o breve ad placitum la primera sílaba átona de macarronismos como gridare, sbraiare, tracagnum, siempre que tal sílaba no sea cerrada por dos consonantes - ...prima sillaba duas habet consonantes non haerentes sequenti sillabae-, en cuyo caso devendría obligatoriamente larga por posición.

Esta regla no se aplica sólo a los macarronismos con dos o tres consonantes en inicio absoluto de palabra, y encontramos ejemplos de ello en trisílabos paroxítonos (ăguzzus / āguzzus, băgordus / bāgordus), en proparoxítonos de cuatro o más silabas (pănărottus / pānārottus, prĭmăvera / prīmāvera). También existe una libre alternancia de larga y breve en la sílaba tónica abierta de los trisílabos proparoxítonos (căneva / cāneva, chiăchiara / chiāchiara, pŏverus / pōverus), de los bisílabos (busus, paga, gata –pero gātta-), y de los monosílabos (be, che, pur)6.

6. La ley de la ‘posición’.

La conocida ley prosódica latina de la ‘posición’ es escrupulosamente respetada por Folengo, como puede deducirse de Normula, par. 37.

7. Ley de la ‘posición’ y alternancia entre consonantes dobles y simples.

Este fenómeno de alternancia, ya ilustrado en las palabras latinas, se manifiesta sobre todo en las palabras tomadas del vulgar, en las que actúa decididamente la tendencia de los dialectos septentrionales italianos a la simplificación de la consonante doble. Las implicaciones prosódicas de este fenómeno de fonética dialectal son fundamentales, y hay huellas de ello en casi cualquier verso de las Macarroneas folenguianas: “Es pues una peculiaridad del macarrónico folenguiano la utilización de este fenómeno como criterio discriminante en el ámbito de la prosodia: es, en suma, este hecho de orden formal lo que motiva oposiciones prosódicas como la de ăpena (forma dialectal) / āppena (forma literaria), y de igual suerte pĭcolus / pīccolus, scănare / scānnare, etc. Eso no quita que el hecho pueda ser también de naturaleza exclusivamente formal, sin pertinencia prosódica: se tiene de hecho, por ejemplo, scānare junto a scănare (además de scānnare), grātare junto a grătare ( y grāttare), gālonus junto a gălonus (y gāllonus). No se da nunca no obstante –puesto que eso contradiría una férrea ley prosódica: el alargamiento por posición de toda sílaba cerrada- el tipo *scănnare, *grăttare, *găllonus”8.

8. Sílaba anceps delante de “muta cum liquida”.

Este uso prosódico latino es aplicado en la versificación folenguiana también a las palabras tomadas del vulgar (ăbrazzat / ābrazzat; lădros / lādros )9.

9. Sílaba breve delante de ‘i’ consonántica.

Frente a la regla latina que exige vocal larga delante de ‘i’ consonántica, Folengo se arroga la posibilidad de medirla como breve en Normula, par. 410.

Zaggia considera que puede haber razones fonéticas detrás de esta bien precisa licencia prosódica macarrónica: “es cierto, en verdad, que en el vulgar la i consonántica no se pronuncia doble, sino simple: por eso la “sílaba cerrada” podía parecer inmotivada”11. La licencia afecta exclusivamente a las palabras tomadas del vulgar.

10. Sílaba breve delante de ‘z’.

Esta licencia prosódica macarrónica va contra el uso latino, que exige sílaba larga delante de ‘z’. Aunque la Normula no habla de ella, está presente ya en una glosa de la red. P, en Baldus P I 293: quamvis littera ‘z’ sit naturaliter longa, tamen auctoritate sua breviat; y en la red. T, en Baldus T III 374: ‘x’ et ‘z’ macaronice aliquando breviantur.

Folengo emplea la grafía geminada –zz- cuando la sílaba es larga (magazzenus, gorghezzare, sachezzare, etc.)12.

11. Sílaba breve delante de ‘gn’.

Esta licencia, aludida en Normula, par. 9 (cāgna y căgnola) no está contemplada por la normativa prosódica clásica. Zaggia se inclina, con reservas, por considerla como una licencia prosódica macarrónica13.

12. La regla de “vocalis ante vocalem corripitur”.

Esta regla básica de la prosodia latina se aplica también en el macarroneo folenguiano, como se deduce de Normula, par. 3.: bĭancus, păësus, galĕazza, scrŏa, etc.

No se aplica esta regla si el acento tónico vulgar viene a caer en una vocalis ante vocalem (ambasserīam)14.

13. Consonantización de ‘i’ prevocálica.

Este posibilidad latina se contempla para el macarroneo folenguiano en Normula, par. 8., así como en glosas de la red. T: en Baldus T II 48: ‘Mambriani’ trisillabum est: hac figura saepe utitur poeta; en Baldus T IV 424: ‘bestiamen’ trisilabum, etc.

Folengo emplea escasamente esta licencia, y respeta generalmente la autonomía vocálica de la ‘i’15.

14. La sinícesis.

La sinícesis, fenómeno bien conocido en el latín antiguo, se encuentra presente en el macarroneo folenguiano, como en caseum en Baldus T V 136, donde la glosa marginal explica: ‘caseum’ bisilabum est.16





1 Cf. ib., p. 661
2 Cf. ib., p. 661
3 Cf. Ed. Zaggia, p. 661
4 Cf. ib., pp. 662-663
5 Cf. ib., pp. 663-664
6 Cf. Ed. Zaggia, pp. 664-665
7 Cf. U. E. PAOLI, o.c., pp. 181-182 y ed. Zaggia, p. 665
8 Cf. Ed. Zaggia, p. 694
9 Cf. ib., p. 666
10 Cf. ib., p. 667
11 Cf. ib., p. 667
12 Cf. Ed. Zaggia, p. 667
13 Cf. ib., p. 668
14 Cf. U. E. PAOLI, o.c., p. 182 y ed. Zaggia, pp. 668-669, que enumera otros ejemplos explicables por razones de analogía y /o de índole fonética.
15 Cf. Ed. Zaggia, pp. 669-670
16 Cf. U. E. PAOLI, o.c., p. 184 y ed. Zaggia, p. 671

sábado, 1 de diciembre de 2012

LA PROSODIA DE LAS PALABRAS LATINAS



1. Regularidad prosódica general.

La regularidad prosódica de los vocablos latinos, según las normas de la prosodia clásica, es un rasgo de carácter general (cf. Normula parr. 2: Latina ...vocabula suam observant quantitatem y 11). Son escasos los hechos prosódicos extraños a la normativa clásica, y remiten en su mayoría a ‘particularidades’ admitidas en el uso del latín quiñentista. Las verdaderas ‘excepciones’ y errores prosódicos resultan prácticamente inapreciables en un vasto conjunto de palabras latinas prosódicamente regulares1.

1. 2. Particularidades prosódicas.

1. 2. 1. Errores prosódicos involuntarios.

Los lapsus de tipo prosódico y métrico son, como se ha sugerido, extremadamente exiguos en Folengo. Estos lapsus se encuentran incluso entre los mayores poetas del Humanismo y son “enventualmente justificables también como huellas de una revisión formal no ultimada”2. Varios de tales errores prosódicos concurren con sus variantes regulares y experimentan una progresiva corrección a través de las sucesivas redacciones de la obra macarrónica folenguiana (redd. P, T, C y V, la última, cuya limae labor quedó incompleta con la muerte del autor). Massimo Zaggia aconseja guiarse con cautela en este terreno y propone hablar de errores imputables a Folengo sólo cuando no sea posible encontrar testimonios de éstos como licencias autorizadas por el uso latino del quinientos, aunque determinar este uso supone de por sí una dificultad añadida.

1. 2. 2. Errores prosódicos voluntarios.

En opinión de Zaggia, “casos como bēne, pārum, tēgi, vĭs (todos recurrentes una o dos veces en las Egl. P o en la Zan. T), parecen más bien intencionales errores prosódicos ya sólo por el cotejo con las testimonios cercanos, dentro de la misma fase redaccional, de las formas correctas běne, părum, těgere, vīs. Evidentemente, estos aislados ‘errores’ no son involuntarios, sino que han sido tolerados o introducidos por el autor como signos de un consciente descuido versificatorio, dentro de una concepción aún técnicamente inmadura del arte macarrónica: nótese de hecho que estos casos se encuentran en su totalidad en la primera o segunda redacción de las Macarroneas, nunca en la tercera o en la cuarta. (Por contra, ciertas anomalías prosódicas muy aisladas de la cuarta red., como vĕlocior en Mosch. C-V II 215, se podrían explicar por el conocida carácter incompleto de la última revisión)”3.

1. 2. 3. Vocablos aparentemente latinos.

Para Zaggia nos encontramos con el traspaso, formalmente inadvertido, de un vocablo latino a su correspondiente vulgar. La voz, aparentemente latina, ha sido realmente tomada del vulgar, y es tratada desde el punto de vista prosódico igual que las palabras obviamente macarrónicas, es decir, con una prosodia arbitraria dentro de ciertos límites. Tal definición puede corresponder con una concepción ampliada del ‘macarronismo semántico’ paoliano, “consistente en el empleo de palabras latinas en forma inalterada con el sentido que la palabra tiene en el correspondiente vocablo vulgar: căsa ‘casa’ (en latín: căsa ‘cabaña’; domus ‘casa’)”4, ya que las palabras se ven alteradas desde el punto de vista prosódico. Así, se encuentra cāsa en Egl. P II 120 con el sentido de ‘casa’, aunque, por otra parte y al menos en las macarroneas menores, aparece siempre bajo la forma regular căsa (dieciseis veces de diecisiete con este sentido). Otros ejemplos con cambio de sentido podemos encontrar en cāvare ‘extraer’ / căvare (lat.: ‘cavar’); pārare ‘empujar, conducir’ / părare (lat.: ‘preparar’), etc., y sin cambio de sentido en pălus / pālus, lat.; mĭca / mīca, lat., etc5.

1. 2. 4. Manipulación formal de vocablos latinos por motivos prosódicos.

En Normula, par. 7 se alude a una manipulación de tipo formal –concretamente a través de la geminación y simplificación de consonantes- realizada sobre ciertos vocablos para sustraerlos a las escansiones obligadas por la correcta prosodia latina. Para Zaggia, “se trata evidentemente de un procedimiento exquisitamente macarrónico, que, no obstante, Folengo quiere cohonestar indicando el conocido ejemplo clásico rĕliquiae / rēlliquiae”6.

Aunque la Normula toma un ejemplo del vulgar (cătare / cāttare), este procedimiento se realiza en primer lugar sobre algunos vocablos latinos, como āddunatis (abl. pl.: cf. lat.: ădunare), bătit (pte. ind.; cf. lat.: bāttere), fāmme (abl. sing.; cf. lat.: fămes), tĕrenum (ac. n. sing.; cf. lat.: tērrenum), cuyas formas latinas correctas están también atestiguadas en las Macarroneas menores7.




1 Cf. Ed. Zaggia, p. 650
2 Cf. ed. Zaggia, p. 644
3 Cf. ib., p. 655
4 Cf. U. E. PAOLI, o.c., p. 155
5 Cf. Ed. Zaggia, pp. 657-659
6 Cf. ib., p. 659
7 Cf. ed. Zaggia, p. 659-660

domingo, 11 de noviembre de 2012

LA "NORMULA MACARONICA DE SILLABIS"


Es un hecho generalmente admitido fundamentalmente desde los estudios de Ugo Enrico Paoli1 la regularidad prosódica y métrica de la poesía macarrónica folenguiana, basada en normas rigurosas tomadas de la prosodia y métrica latinas. Este hecho la asimila a la contemporánea poesía humanística, y permitía al citado crítico hablar del macarroneo como de un “producto del Humanismo”.

Frente a sus predecesores, Folengo introduce una constante regularidad prosódica y métrica. Los prefolenguianos parecieron ver la necesidad de observar la estructura regular del hexámetro, pero presentaron como un rasgo macarrónico más el no respetar la cantidad de las palabras latinas, ofreciendo largas por breves y breves por largas. Folengo, por contra, extendió, dentro de ciertos límites, este rigor prosódico incluso a las palabras macarrónicas2.

El propio poeta macarrónico, consciente de la novedad de su labor ‘regularizadora’, dejó preciosas indicaciones de ella en una serie de glosas marginales presentes en las redacciones Paganini (1517) y Toscolanense (1521) de sus Macarroneas (luego suprimidas en las redd. Cipadense (1534/1535)  y Vigaso Cocaio (1535) y en una advertencia de carácter general en el prefacio de la red. Toscolanense titulada Normula macaronica de sillabis, atribuída, al igual que las glosas, a Acuario Lodola, ficticio descubridor y editor de la obra de Merlín Cocayo3.

De fundamental interés resulta la Normula, pues en ella Folengo expresa de forma sintética las reglas prosódicas más generales a las que se atuvo en sus macarroneas. La reproducimos aquí según la edición y la división en parágrafos de Massimo Zaggia4:


NORMULA MACARONICA DE SILLABIS

1. Normula sillabarum macaronicarum haec est: ut quaelibet vocabula vulgariter latinizata scribi debent in forma vulgari, sicut ‘orecchia’, ‘occhius’, ‘rozzus’, ‘razza’ et innumerabilia.
2. Latina vero vocabula suam observant quantitatem, ut ‘caballus’, ‘focus’, ‘accendo’ et cetera.
3. Quaelibet dictio macaronica cuius prima sillaba duas habet consonantes non haerentes sequenti sillabae, sunt ad placitum, ut ‘gridare’, ‘sbraiare’, ‘tracagnum’, tamen non succedente vocali, quia tunc brevis esset, ut ‘Briossus’.
4. Quaelibet dictio quae litteram ‘i’ et ‘u’ claudit inter duas vocales, Latine fit longa ut ‘Maia’, sed macaronice fit ad placidum [sic], ut ‘taiare’, ‘sbraiare’ et cetera.
5. Quaelibet adverbia terminantia in ‘-a’, aut in ‘-e’, aut in ‘-o’, Latine sunt longa, quamvis multa in ‘-e’ excipiuntur, sed macaronice sunt ad placitum, ut ‘valde’, ‘longe’, ‘retro’, ‘ultra’, ‘erga’ et cetera.
6. Reliqua vero Latinitatis aut vulgaritatis orthographiam servant; verbi gratia, si hoc nomen ‘aqua’ non potest Latiniter aptari versibus, scribe vulgariter ‘acqua’, tunc de brevi fit longa sillaba.
7. Denique, sicut Vergilius ac ceteri vates in arte poetica potuerunt alterare sillabas autoritate [sic] sua, verbi gratia ‘reliquias’, ita macaronicus poeta non minus hanc auctoritatem possidet circa scientiam et doctrinam propriam, ut ‘catare’ et ‘cattare’, quamvis rarissime.
8. Item macaronice potes duas vocales collidere in medium dictionis, ut ‘curiosus’ trisillabum facere potes, ut stare possit carmen.
9. Item sicut plurima vocabula diferunt [sic] a derivatis suis quantum ad sillabas, ut ‘sedes’ habet primam longam et ‘sedile’ brevem, ‘flagrum’ et ‘flagellum’, ita macaronice dicemus ‘frater’ et ‘fradellus’, ‘cagna’ et ‘cagnola’, et multa alia.
10. Tamen de principio ad finem libri repperies me Latinae poesiae et regulae summa cum diligentia adhaerere.
11. Reliqua vero non bene tibi quadrantia aequo animo feras.
12. Et haec bastabilia sunt quantum ad sillabarum macaronearum regulam.


Una primera aproximación al uso prosódico-métrico del Folengo macarrónico nos coloca frente a algunas licencias inconcebibles en una obra correctamente latina, pero esto no debe hacernos pensar que tal uso se basa en el capricho o la improvisación ocasional: “significa por el contrario que el ‘sistema’ prosódico-métrico del macarrónico folenguiano injerta en un conjunto correctamente latino algunas particulares y bien definidas licencias de sabor absolutamente individual, o sea macarrónico. Admitidas tales licencias, clara y netamente circunscribibles –tanto que se vuelven a su vez normas de validez general [...]-, el ‘sistema’ no resulta demolido, y ni siquiera pierde algo de su rigor interno: deviene, por contra, un ‘sistema’ sui generis, ni más ni menos que el particularísimo ‘sistema’ prosódico-métrico del macarrónico folenguiano [...]”5.

La regularidad de tal sistema, basado en el respeto sustancial de la prosodia latina, hace que algunas de sus reglas fundamentales se extiendan tanto a palabras latinas como a macarrónicas. Así6,

a) el alargamiento por posición de una vocal seguida de dos consonantes (gaiārdum; adōssum; grāttāns).
b) la positio debilis, incluso delante de gn y z (Baldus V V 147: Tǒgnazzus; ib. V 147: Tōgnazzus; Mosch. V III 11: mēzeni; ib. XX 468: mĕzenos).
c) la cantidad larga de los diptongos (maccaronǣam).
d) la regla (aunque con ciertas excepciones7) de vocalis ante vocalem corripitur (păesis; pǐantum).

La regularidad se extiende también a la prosodia de las desinencias de las palabras latinas y macarrónicas, que siguen las normas de la lengua latina no sólo en la forma, sino también en la prosodia. Con todo, existen algunas desinencias prosódicamente anormales, aunque muy limitadas y explicitadas en parte por el propio autor en su Normula par. 5.

En las macarroneas folenguianas formas adverbiales y preposicionales como aliquantŏ, il(l)icŏ, intrŏ, certĕ, furibundĕ, valdĕ, contrǎ, intră, iuxtǎ, etc. concurren con las normativas con vocal final larga. También se ven afectadas las palabras macarrónicas (bravosĕ, lontanĕ, menchionicĕ, pochissimĕ, acasă, damatină, ognhoră, sotosoră, etc.) por esta regla, que se ve extendida no sólo a palabras indeclinables, sino también a la segunda persona sing. del imperativo presente de la primera (sólo con verbos tomados del vulgar como aspettă) y segunda conjugación (aunque dudoso y limitado a dos casos: praebĕ y torquĕ), al ablativo sing. del gerundio (reparandŏ) y a macarronismos de calco como in frottă y per forză. Existen ejemplos de estas anomalías prosódicas en el latín tardoantiguo y medieval, pero en Folengo son descritas claramente como licencias macarrónicas (Normula par. 5: ...macaronice sunt ad placitum)8.





Imagen: la normula macaronica de sillabis en la red. T.


1 Sobre todo en su ya citado libro Il latino maccheronico, pp. 174-199.
2 Cf. U. E. PAOLI, o.c., p. 88.
3 Este juego de ficción ilustrado será convenientemente ilustrado cuando describamos con más detalle la obra macarrónica de Folengo.
4 Cf. Ed. Zaggia, p. 643
5 Cf. Ed. Zaggia, pp. 642-643
6 Cf. U. E. PAOLI, o.c., p. 175
7 Cf la entrada futura sobre "la prosodia de las palabras macarrónicas".
8 Cf. U. E. PAOLI, o.c., p. 179 y ed. Zaggia, pp. 645-649. Debe tenerse en cuenta que Paoli circunscribe sus observaciones a la red. V y Zaggia, por lo general, a las macarroneas menores de las cuatro redd., haciendo alusiones ocasionales al Baldus.

viernes, 5 de octubre de 2012

EL VULGAR TOSCANO EN EL MACARRONEO



Menos estudiado incluso que el elemento dialectal ha sido el vulgar toscano localizable en el macarroneo. Difícilmente calibrable para quienes reducen el híbrido macarrónico a un problema de oposición estilístico-ideológica entre latín y dialecto, es prácticamente dejado pasar in silentio, reducido a un elemento menor de contrapunto paródico.

Sabido es que Pietro Bembo propuso en sus Prose della volgar lingua de 1525 el toscano literario de Petrarca (para la poesía) y Boccaccio (para la prosa) como solución, vencedora a la postre, a la ‘cuestión de la lengua vulgar’. El hecho de que el veneciano Bembo fuera al mismo tiempo el campeón reconocido del humanismo ciceroniano no debe parecer contradictorio, dice Luca Curti, ya que estamos en ambos casos ante la defensa de lenguas ‘muertas’: Petrarca y Boccaccio constituían modelos lingüísticamente homogéneos (frente al plurilingüísmo de Dante, que queda excluído del canon bembesco), pero, sobre todo, “prescritos, acabados, inmodificables”1. Esta normalización lingüística realizada sobre textos escritos tenía graves e inmediatas consecuencias: la propia lengua florentina (la viva, presente y futura) volvía a ser un dialecto, al igual que, y con mayor razón, todas las demás hablas italianas, independientemente del peso que tuvieran o hubiesen tenido.

Aparentemente, pues, el macarroneo (un latinus grossus relleno de vulgarismos y dialectalismos) se colocaba en una perspectiva diametralmente opuesta a la de Bembo, tanto en cuanto latinista ‘ciceroniano’ como en cuanto normativista ‘vulgar’. Mario Pozzi ha expresado claramente la idea del macarroneo folenguiano como fenómeno de resistencia a la normalización toscana: Folengo, reivindicador de todos los lenguajes en la Apologetica de la red. Toscolanense, consigue, gracias a la extrema ductilidad de su instrumento lingüístico, crear una auténtica “literatura latina moderna”2. Pero estos planteamientos difícilmente pueden dar cuenta de la producción vulgar de Folengo, y de hechos como el afán del grassus poeta por ingresar en la Accademia degli Intronati de Siena, donde buscaba, como dice Gianfranco Folena3, reconocimiento a su experiencia literaria toscana. Observa Curti por otra parte que la suerte del macarróneo quedaba ligada al resultado de la pugna entre latín y vulgar por la primacía como lengua de uso culto. La victoria final del vulgar literario privó de vitalidad a la literatura macarrónica y aisló a Folengo en su propia grandeza. Y es esta elección por un vulgar ‘alto’, ‘muerto’ y normalizado un indicio bastante claro de que la operación macarrónica no se realizaba contra la línea representada por Bembo: “Indiferentes (al menos en cuanto macarrónicos) a la cuestión de la lengua vulgar, nuestros autores se encontraban, aunque en posición excéntrica, sobre la línea latina de Bembo: línea derrotada, pero coherente con la que impuso, a su vez, a todos, desde el s. XVI en adelante, la imitación de la lengua trecentista de Petrarca y Boccaccio”4.

Bruno Migliorini ha rastreado palabras del toscano literario en las macarróneas folenguianas, algunas de ellas delatadas por fenómenos fonéticos extraños a los dialectos septentrionales o por glosas explicativas5. Más recientemente, Silvia Isella Brusamolino ha insistido en la necesidad de prestar más atención al componente vulgar de impronta literaria toscana, y a su función en los niveles fonéticos y gráficos del macarróneo6. Massimo Zaggia ha llamado, asimismo, la atención sobre la importante presencia de un componente lingüístico toscano al menos al nivel de las redd. C y V. Las palabras de admiración que emplea Folengo hacia la lengua toscana y su literatura7 obligan, según Zaggia, a replantearse la posición de Folengo hacia la línea toscanizante propuesta por Bembo en 1525 y pronto vencedora: "una posición que no parece sin más ni más polémica o alternativa, sino simplemente autónoma, como la de quien se siente sustancialmente fuera de ese cauce lingüístico y literario (el vínculo, en todo caso, es mayor con la producción en latín). La posición de Folengo parece más bien la de un irreductible individualista que se arroga el derecho de representar en solitario una lengua autónoma, formada por una sabia mezcla de latín y vulgar, este último acogido en diferentes variedades, y principalmente en la más acreditada literariamente"8.







1 Cf. L. CURTI, o.c., p. 143
2 Cf. M. POZZI, o.c., p. 214
3 Cf. G. FOLENA, “Il linguaggio del ‘Caos’”, Atti Convegno 1977, p. 240
4 Cf. L. CURTI, o.c., p. 167
5 Cf. B. MIGLIORINI, o.c., pp. 93-94
6 Cf. S. ISELLA BRUSAMOLINO, “Superficie grafica e strati linguistici nel Baldus del Folengo: un esempio”, Atti Convegno 1991, pp. 195-203
7 Zaggia reproduce una carta de Folengo situada al final de la red. C firmada con el pseudónimo de Nicolò Costanti, llamado -con apodo típico de académico literario- 'el Avinagrado (lo Scorrucciato)', y que reaparece retocada en la red. V atribuida a "Vigaso Cocaio", donde se expresa en este sentido. Transcribimos el fragmento en cuestión: "Era pur cosa sconvenevole ch'una opera così bella, così vaga, così piacevole, come è questa, si perdesse, e forse era maggior danno che se anticamente si fusse perduto Vergilio, o ne' nostri tempi Dante e 'l Petrarca; perché non altro d'haver perduto Vergilio ne seguiva che la perdita d'un buon poeta in una lingua, la quale rimaneva in molti altri, che ben la parlavano, e meglio vi scrivevano; così dico di questi scrittori de la lingua thosca, la quale non è però altro ch'una lingua sola, e da altri belli ingegni, come ogni dì si vede, con loro scritture adornata. Ma perdersi questo (o Dio, che danno incredibile!), si perdeva un bellissimo e ingegnosissimo autore di molte lingue insieme, perché in questa è tessuta la latina, intarsiata la toscana, messa a fregi quella de'macharoni; e che più, che la francese, la spagnola, la todesca e infino a quella de' furfanti vi può fare un fioretto e havervi il loco suo" (cf. M. ZAGGIA, "Breve percorso attraverso le quattro redazioni delle macaronee folenghiane", Atti Convegno 1991, p. 98).
8 Cf. M. ZAGGIA, o.c., p. 99.